Adriana Masotti – Città del Vaticano

Papa Francesco fa ingresso nell’Aula Paolo VI poco dopo le 11.00. I partecipanti al convegno della Chiesa di Roma, che avvia così la fase diocesana del percorso sinodale, attendendo il Papa hanno pregato, hanno cantato, ascoltato la Parola di Dio e la testimonianza di due parrocchie che insieme hanno creato una rete di amicizia e di solidarietà sul loro territorio. Ad accogliere Francesco è il vicario di Roma, il cardinale Angelo De Donatis, ma il suo è un saluto brevissimo, poche parole affettuose per congratularsi con il Papa per la ritrovata salute, e per esprimere la gioia di poterlo avere ora tra loro. (Ascolta una sintesi con la voce del Papa)

 

Sinodalità è camminare insieme 

“Avere orecchi, ascoltare, è il primo impegno. Si tratta di sentire la voce di Dio, cogliere la sua presenza”. Nel suo discorso Papa Francesco indica quello che è il primo impegno di un processo sinodale pensato “come dinamismo di ascolto reciproco, condotto a tutti i livelli di Chiesa, coinvolgendo tutto il popolo di Dio”, nell’ascolto dello Spirito Santo. E spiega che cosa significa mettersi in ascolto, che cosa significa sinodalità, cioè “camminare insieme”. Parla del protagonismo dello Spirito, delle sue novità e sorprese, della “sua libertà che non conosce confini”, e ancora del concetto di “popolo di Dio”, e del sensum fidei che gli appartiene, della Tradizione e della necessità per la Chiesa di essere in continuo movimento. Per prima cosa Papa Francesco vuol togliere di mezzo ogni possibile dubbio su quel “camminare insieme” che la parola ‘sinodo’ significa. E afferma:

Il tema della sinodalità non è il capitolo di un trattato di ecclesiologia, e tanto meno una moda, uno slogan o il nuovo termine da usare o strumentalizzare nei nostri incontri. No! La sinodalità esprime la natura della Chiesa, la sua forma, il suo stile, la sua missione. E quindi parliamo di Chiesa sinodale, evitando, però, di considerare che sia un titolo tra altri, un modo di pensarla che preveda alternative. Non lo dico sulla base di un’opinione teologica, neanche come un pensiero personale, ma seguendo quello che possiamo considerare il primo e il più importante “manuale” di ecclesiologia, che è il libro degli Atti degli Apostoli.

 

L’esempio degli apostoli Pietro e Paolo

Questo libro, prosegue il Papa, è la storia di un cammino dove “tutti sono protagonisti”, in cui i ministeri erano servizio e “l’autorità nasceva dall’ascolto della voce di Dio e della gente”. Una storia che “esprime una continua inquietudine interiore”. Il Papa prende quindi in considerazione le figure di Pietro e Paolo, due personalità molto diverse. Di loro dice:

Pietro e Paolo, non sono solo due persone con i loro caratteri, sono visioni inserite in orizzonti più grandi di loro, capaci di ripensarsi in relazione a quanto accade, testimoni di un impulso che li mette in crisi – un’altra espressione da ricordare sempre: mettere in crisi -, che li spinge a osare, domandare, ricredersi, sbagliare e imparare dagli errori, soprattutto di sperare nonostante le difficoltà. Sono discepoli dello Spirito Santo, che fa scoprire loro la geografia della salvezza divina, aprendo porte e finestre, abbattendo muri, spezzando catene, liberando confini. Allora può essere necessario partire, cambiare strada, superare convinzioni che trattengono e ci impediscono di muoverci e camminare insieme.

Due gli episodi a cui Papa Francesco fa riferimento per parlare dell’azione dello Spirito Santo nella Chiesa delle origini: il primo è l’incontro di Pietro con Cornelio, un ufficiale romano simpatizzante per il giudaismo, ma che “non era ancora abbastanza per essere pienamente giudeo o cristiano: nessuna ‘dogana’ religiosa lo avrebbe fatto passare”. Dio però aveva ascoltato le sue preghiere. Il Papa prosegue:

L’incontro tra Pietro e Cornelio risolse un problema, favorì la decisione di sentirsi liberi di predicare direttamente ai pagani, nella convinzione – sono le parole di Pietro – ‘che Dio non fa preferenza di persone’. In nome di Dio non si può discriminare. E la discriminazione è un peccato anche fra noi: “noi siamo i puri, noi siamo gli eletti, noi siamo di questo movimento che sa tutto, noi siamo…”. No. Noi siamo Chiesa, tutti insieme. E vedete, non possiamo capire la “cattolicità” senza riferirci a questo campo largo, ospitale, che non segna mai i confini. Essere Chiesa è un cammino per entrare in questa ampiezza di Dio.

 

Non aver paura del confronto

Il Papa osserva che anche oggi ci può essere il confronto tra pensieri differenti e addirittura scontri, ma che questo non deve far paura e cita il secondo episodio che riguarda Paolo e Barnaba inviati a Gerusalemme per risolvere la questione se anche per i pagani, che non osservavano la Legge, potesse esserci la salvezza.

Non fu facile: davanti a questo problema le posizioni sembravano inconciliabili, si discusse a lungo. Si trattava di riconoscere la libertà dell’azione di Dio, e che non c’erano ostacoli che potessero impedirgli di raggiungere il cuore delle persone, qualsiasi fosse la condizione di provenienza, morale o religiosa. A sbloccare la situazione fu l’adesione all’evidenza che ‘Dio, che conosce i cuori’, il cardiognosta, conosce i cuori, Lui stesso sosteneva la causa in favore della possibilità che i pagani potessero essere ammessi alla salvezza, ‘concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi’.

 

L’amore incondizionato di Dio

Il Papa si sofferma sulle parole “Lo Spirito santo e noi” e a braccio aggiunge:

Così dovrete cercare di esprimervi, in questa strada sinodale, in questo cammino sinodale. Se non ci sarà lo Spirito, sarà un parlamento diocesano, ma non un Sinodo. Noi non stiamo facendo un parlamento diocesano, non stiamo facendo uno studio su questo o l’altro, no: stiamo facendo un cammino di ascoltarsi e ascoltare lo Spirito Santo, di discutere e anche discutere con lo Spirito Santo, che è un modo di pregare.

Poi ricorda che la Chiesa, come dice la Lumen gentium, è “il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”, anche se c’è sempre, invece, la tentazione di fare da soli.

In questa frase, che raccoglie la testimonianza del Concilio di Gerusalemme, c’è la smentita di chi si ostina a prendere il posto di Dio, pretendendo di modellare la Chiesa sulle proprie convinzioni culturali, storiche, costringendola a frontiere armate, a dogane colpevolizzanti, a spiritualità che bestemmiano la gratuità dell’azione coinvolgente di Dio. Quando la Chiesa è testimone, in parole e fatti, dell’amore incondizionato di Dio, della sua larghezza ospitale, esprime veramente la propria cattolicità. Ed è spinta, interiormente ed esteriormente, ad attraversare gli spazi e i tempi. 

Ci saranno sempre discussioni, avverte Francesco, ma le soluzioni vanno cercate “dando la parola a Dio”. La Tradizione, afferma, “è una pasta lievitata, una realtà in fermento dove possiamo riconoscere la crescita”.

 

L’orizzontalità del cammino sinodale  

Papa Francesco torna poi al processo sinodale e sottolinea l’importanza della fase diocesana “perché realizza l’ascolto della totalità dei battezzati, soggetto del sensus fidei infallibile in credendo”. E rivela che “ci sono molte resistenze a superare l’immagine di una Chiesa rigidamente distinta tra capi e subalterni”, mentre “camminare insieme scopre come sua linea piuttosto l’orizzontalità che la verticalità”. Il sensus fidei, sottolinea, dà a tutti “la dignità della funzione profetica di Gesù Cristo così da poter discernere quali sono le vie del Vangelo nel presente”. E spiega che due sono le dimensioni che contribuiscono a questo fiuto: una personale e l’altra comunitaria. Non c’è sensum fidei, dice, se non c’è il sentire con la Chiesa:

L’esercizio del sensus fidei non può essere ridotto alla comunicazione e al confronto tra opinioni che possiamo avere riguardo a questo o quel tema, a quel singolo aspetto della dottrina. No, quelli sono strumenti, sono verbalizzazioni, sono espressioni dogmatiche o disciplinari. Ma non deve prevalere l’idea di distinguere maggioranze e minoranze: questo lo fa un parlamento. Quante volte gli “scarti” sono diventati “pietra angolare”, i ‘lontani’ sono diventati ‘vicini’. Gli emarginati, i poveri, i senza speranza sono stati eletti a sacramento di Cristo.

Tutti, anche questi sono parte della Chiesa e parte del Sinodo, aggiunge Papa Francesco. Occorre andare “a sentire non cosa dicono ma cosa sentono”. Ma il Sinodo è anche “fare spazio al dialogo sulle nostre miserie”, le miserie di vescovi, preti e laici, “prendere tutta questa miseria, senza giustificazioni”. 

 

Il dono di essere parte del popolo di Dio 

Bisogna sentirsi parte di “un unico grande popolo destinatario delle divine promesse”, afferma ancora il Papa e precisa che anche sul concetto di “popolo di Dio” “ci possono essere ermeneutiche rigide e antagoniste” legate ad un concetto di elezione, corretto dai profeti.

Non si tratta di un privilegio – essere popolo di Dio – ma di un dono che qualcuno riceve… per sè? No: per tutti, il dono è per donarlo: questa è la vocazione. E’ un dono che qualcuno riceve per tutti, che noi abbiamo ricevuto per gli altri, è un dono che è anche una responsabilità. (…) La volontà salvifica universale di Dio si offre alla storia, a tutta l’umanità attraverso l’incarnazione del Figlio, perché tutti, attraverso la mediazione della Chiesa, possano diventare figli suoi e fratelli e sorelle tra loro.

Esiste una “riconciliazione universale tra Dio e l’umanità”, afferma il Papa, e la Chiesa “deve sentirsi in rapporto con questa elezione universale e per questo svolgere la sua missione”. Questo lo spirito della Fratelli tutti, dice ancora e avverte: “ci può essere un ‘fiuto senza cittadinanza’, ma non meno efficace”, perché lo Spirito Santo non conosce limitazioni.

Se la parrocchia è la casa di tutti nel quartiere, non un club esclusivo, mi raccomando: lasciate aperte porte e finestre, non vi limitate a prendere in considerazione solo chi frequenta o la pensa come voi – che saranno il 3, 4 o il 5%, non di più. Permettete a tutti di entrare… Permettete a voi stessi di andare incontro e lasciarsi interrogare, che le loro domande siano le vostre domande, permettete di camminare insieme: lo Spirito vi condurrà, abbiate fiducia nello Spirito. Non abbiate paura di entrare in dialogo e lasciatevi sconvolgere dal dialogo: è il dialogo della salvezza.

 

Non lasciate indietro nessuno

Papa Francesco rivolge, infine, parole di incoraggiamento alla Chiesa di Roma, invitandola a prepararsi alle sorprese e assicurandola che lo Spirito “farà sentire sempre la sua voce” e anche correggere gli eventuali errori: “Ascoltatelo ascoltandovi. Non lasciate fuori o indietro nessuno”. E conclude: farà bene alla diocesi di Roma e a tutta la Chiesa, riscoprire “di essere popolo che vuole camminare insieme, tra di noi e con l’umanità”. 

Fonte: Vatican News