Roberta Barbi – Città del Vaticano

Un emiliano emigrato in Argentina, infermiere benvoluto e ricercato da tutti gli ammalati del suo ospedale. Tutto questo e molto altro è il Beato Artemide Zatti, presto Santo, testimone della carità: “Un segno vivente della compassione e della misericordia di Dio per i malati”, lo definisce il postulatore generale dei salesiani, don Pierluigi Cameroni. La figura di coadiutore salesiano sembra quasi che Don Bosco l’abbia cucita su di lui: professa come un religioso i voti di carità, castità e obbedienza e condivide la vita comunitaria ma resta a tutti gli effetti “laico”.

 

L’amore per Don Bosco, Maria Ausiliatrice e la Provvidenza

Artemide sbarca dalla provincia di Reggio Emilia in Argentina a soli 17 anni, nel 1897. La sua famiglia, come tante altre, è spinta oltreoceano dalla fame, dalla povertà e dalla privazione della speranza. Stabilitisi a Bahia Blanca, prende a frequentare la parrocchia locale retta dai salesiani e qui incontra don Carlo Cavalli, che diventa il suo padre spirituale e la sua fonte d’ispirazione, ma soprattutto diventa colui che gli fa percepire la chiamata del Signore. Innamorato dell’opera di Don Bosco, Artemide sta per prendere i voti nella casa salesiana di Bernal quando, proprio da un confratello, contrae la tubercolosi e questo fa saltare tutti i suoi piani. Don Cavalli gli suggerisce, allora, di pregare Maria Ausiliatrice promettendole, una volta guarito, di dedicarsi ai malati. Artemide acconsente e così rinuncia alla sua vocazione sacerdotale partendo per la casa salesiana di Viedma, dove serve aiuto all’ospedale missionario. “La sua grandezza fu non nell’accettare, ma nello scegliere il disegno che Dio aveva su di lui – spiega ancora il postulatore – e la radicalità evangelica con cui si mise alla sequela di Cristo, con lo spirito di Don Bosco, cioè senza che venissero mai meno la gioia e il sorriso che derivano dall’incontro con il Signore”.

L’infermiere santo

Il nuovo coadiutore salesiano ancora non lo sa, ma la sua vera consacrazione sarà la dedizione alla cura degli infermi, sotto la sapiente guida di padre Evasio Garrone del quale, alla sua morte nel 1913, prenderà il posto. Artemide non solo è direttore e responsabile del nosocomio, ma è anche infermiere, si diploma farmacista ma soprattutto è una luce di speranza per tutti i malati che si affidano alle sue mani, spesso più apprezzate di quelle dei medici. Quanto a lui, invece, si affida spesso alle mani della Provvidenza – come insegna proprio Don Bosco – per portare avanti la struttura che ha tante esigenze, non solo economiche. Zatti non si limita a curare i malati, ad accompagnarli alla morte dolcemente quando necessario, ma si occupa di tutti i loro bisogni, specie di quelli dei più piccoli: in ognuno di loro vede il volto di Cristo sofferente. E questa luce, che il futuro Santo irradia, non passa inosservata: molti, infatti, affermano di aver ritrovato la fede e il cammino verso Dio proprio dopo aver conosciuto Artemide Zatti.

 

Malato tra i malati

È un giorno qualunque del 1950, quando Artemide cade da una scala. Da un po’ di tempo ha uno strano mal di schiena dal quale è scaturito un sospetto che verrà presto confermato: ha un tumore. Ancora una volta la malattia, quell’afflizione umana che aveva rincorso, combattuto e curato negli altri per tutta la vita, lo colpiva di persona, sparigliando ancora una volta le carte. Prima era stata la tubercolosi a impedirgli di diventare sacerdote, ora questo. Sarà l’ultima volta, Artemide se ne rende subito conto, ma continua a lavorare come se niente fosse, circondato dall’amore della sua comunità e dalla gratitudine di migliaia di persone fino alla fine, sopraggiunta il 15 marzo 1951. Primo salesiano coadiutore non martire a essere elevato agli onori degli altari, viene beatificato da San Giovanni Paolo II il 14 aprile 2002. 

Fonte: Vatican News