Tiziana Campisi – L’Aquila

È una “testimonianza d’amore” quella che Papa Francesco ha lasciato a L’Aquila, dove il Pontefice ha aperto la Porta Santa nella Basilica di Collemaggio, dando così il via al Giubileo celestiniano. Primo Papa a farlo dopo 728 anni. Un momento storico per gli aquilani, rafforzati dalle parole di Francesco che, guardando alla sofferenza di questa popolazione, proprio in virtù di tale esperienza, ha esortato a non far mancare vicinanza a chi oggi vive in mezzo ai drammi. La guerra o le tragedie della vita quotidiana. “Un messaggio fortissimo di misericordia”, commenta il direttore dell’Istituto di Scienze Religiose Fides et Ratio di L’Aquila, don Daniele Pinton.

 

Cosa resta a L’Aquila delle parole del Papa e di questa visita, per gli abruzzesi ma anche per tutti?

Rimane una testimonianza d’amore, la testimonianza di un padre, come detto dal cardinale Petrocchi nel suo intervento a chiusura della giornata in cui ha chiamato il Papa “papà” Francesco. Resta un senso di gratitudine per la carezza d’amore che il Papa ha voluto lasciare a questa terra, che ha voluto essere anche occasione per rilanciare a livello universale il messaggio di Celestino V di misericordia e di pace.

 

Con l’apertura della Porta Santa da parte del Papa, il via alla possibilità di ottenere l’indulgenza plenaria…

Con l’apertura della Porta Santa, il Papa ha anticipato l’indulgenza di Celestino che avremmo invece potuto perorare dalle ore 18 circa della sera, perché Celestino concede l’indulgenza dai primi ai secondi Vespri della Solennità del martirio di Giovanni Battista. Quindi tutti i fedeli che entrano dalla Porta Santa della Basilica di Collemaggio aperta dal Santo Padre potranno ottenere l’indulgenza giubilare.

 

Oltre al perdono personale, come guardare alla misericordia? 

È un impegno a cui tutti siamo chiamati, nel senso di vivere questa dinamica in vari aspetti e dimensioni. La misericordia, per poter essere compresa, deve essere innanzitutto accolta: dobbiamo avere il coraggio di ricevere il perdono, il coraggio di farci perdonare e, con questa forza, potremo perdonare gli altri. Il messaggio della misericordia è fortissimo oggi, in questo tempo nel quale usiamo linguaggi che sono tutto fuorché la misericordia. Penso all’esperienza della guerra o alla dinamica comportamentale con la quale ci si relaziona quotidianamente agli altri, in cui si prevale l’uno sull’altro… La misericordia è, invece, il messaggio evangelico con il quale siamo chiamati a testimoniare Cristo in ogni dove e in ogni quando della nostra vita.

 

Il Papa ha parlato delle sofferenze: de L’Aquila, ma anche del Pakistan o dell’Ucraina. Come accogliere l’invito ad avere attenzione verso questi Paesi che soffrono? 

La sofferenza di cui ha parlato il Papa il popolo aquilano l’ha vissuta nella sua carne con l’esperienza del terremoto. Una sofferenza che ha vissuto, però, sostenuto dalla solidarietà e dall’amicizia di vari popoli. Davanti al dramma dell’Ucraina, e anche a quelli di altri luoghi di guerra, certamente l’atteggiamento del cristiano deve essere quello della vicinanza, non soltanto ideologica ma concreta. Durante l’Angelus, il Papa ci ha invitato a prepararci ad accogliere questi “nuovi” sofferenti, queste persone che vivono la guerra o altre tragedie nella vita quotidiana, e noi siamo chiamati, come cristiani, a vivere l’esperienza dell’accoglienza e, anche, dell’affiancamento. Papa Francesco, quando ha incontrato i parenti delle vittime del sisma in piazza Duomo, ha sottolineato una serie di aspetti fondamentali che noi, nel territorio aquilano, abbiamo chiamato “pastorale dell’emergenza”. Una pastorale, cioè, che ci porta a far sì che non ci sia solo la preoccupazione di risolvere problemi materiali, ma soprattutto ad impegnarci a risolvere i problemi spirituali, psicologici, ideologici e ambientali delle persone che soffrono.

Fonte: Vatican News